Spada di Damocle sulla stampa in inglese

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“Il gioco è fatto: la Fratellanza Musulmana è riuscita a soddisfare il suo interesse e a farmi uscire da Al-Ahram.” È con questo messaggio sulla sua pagina Facebook che il 17 febbraio scorso Hani Shukrallah ha salutato il portale on-line nato nel 2010 da questo storico quotidiano governativo. A gennaio, i vertici del gruppo editoriale gli avevano comunicato che non sarebbe più stato alla direzione di Al-Ahram online, ma che avrebbe continuato a scrivere a stipendio dimezzato e in prepensionamento. E così ha fatto. Nelle ultime settimane, la penna di Shukrallah non è cambiata di una virgola. Nei suoi editoriali critici nei confronti dell’attuale governo guidato dalla Fratellanza Musulmana non ha abbassato il tono.

A metà febbraio “la mia situazione è diventata troppo complicata” ha spiegato il giornalista. “Una commissione interna mi ha informato che il mio futuro sarebbe dipeso dal nuovo direttore che deve ancora essere nominato.” Per Shukrallah, anche fondatore di Al-Shorouk, quotidiano arabo nato come voce di opposizione al vecchio regime, questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Nell’Egitto post-rivoluzionario anche i media in lingua inglese entrano nel mirino di quanti hanno interesse a limitare la libertà di espressione e di informazione. Autocensura a parte, durante l’epoca di Mubarak queste testate erano meno tormentate dal regime perché l’uso dell’inglese diminuiva la loro diffusione e venivano quindi ritenute meno pericolose. Anche nei peggiori anni di dittatura, Al-Ahram Weekly, il settimanale in inglese dell’omonimo gruppo editoriale, pubblicava pezzi del palestinese Edward Said, di Noam Chomsky e dello stesso Shukrallah che non sarebbero mai stati pubblicati in arabo. Simile politica adottava l’Hebdo, il settimanale in francese dello stesso gruppo. Al-Ahram on line però non è solo in inglese: è anche virtuale, come indica il nome, e pubblica curati aggiornamenti quotidiani accessibili al pubblico di internet. Il nuovo governo ha quindi iniziato a preoccuparsi della comunicazione virtuale e degli effetti che questa può provocare.

A uscire di scena non è solo la firma di Shukrallah. La spada di Damocle pende ormai su tutta stampa in inglese, che attraversa una preoccupante crisi finanziaria che mette a rischio la sua esistenza. Non solo non riceve soldi dallo Stato, ma ultimamente ha visto scomparire anche gli investimenti privati. “Gli investitori sono spaventati a causa delle minacce che ricevono dai poteri forti” denuncia Hisham Kassem, editore di Cairo Times. Nato nel ’96, questo giornale letto soprattutto da diplomatici, politici, think tank ed espatriati, non è mai stato docile con il vecchio regime. Nel ’98 “siamo giunti a un punto nel quale ci è stato letteralmente proibito stampare in Egitto. Siamo andati a Cipro, abbiamo trasportato le copie stampate e queste ci sono state confiscate” racconta Kassem. La vera resa dei conti sembra però essere arrivata solo ora.

Per la storia del giornalismo egiziano, Cairo Times è stato un esperimento unico. “È nato in un’epoca nella quale era impossibile dire quello che il Times scriveva. Ha rotto molti tabù” dice al settimanale Egypt Independent Ranya al Malky, ex-editrice del Daily News Egypt, quotidiano che lo scorso aprile, dopo sette anni di vita, è stato costretto a sospendere la pubblicazione cartacea per problemi economici. Dopo il licenziamento dello staff, il giornale è stato venduto a un altro investitore che ha ripreso la pubblicazione. La libertà di cui godevano le testate in inglese non era comunque assoluta. “Siamo sempre stati in un certo modo vulnerabili” spiega Rasha Sadek, reporter di Al-Ahram Weekly. “Le difficoltà più forti erano quelle che si incontravano quando si denunciavano violazioni di diritti umani.”

“Dopo la caduta di Mubarak vi è stata una proliferazione di nuovi giornali e questo ha spinto verso una maggiore libertà di espressione” spiega Sarah el Sirgany, ex giornalista di The Daily News che collabora ora con testate internazionali. Anche se non si può fare un discorso generale, “molte testate hanno cercato di infrangere le barriere della censura imposte nel passato. Questo è lo stesso lavoro che la stampa in inglese faceva da anni” aggiunge Sirgany, sottolineando che in questo periodo alcuni giornali, come Egypt Independet, hanno deciso di affiancare al loro sito web un settimanale cartaceo.

Nel corso della transizione, le testate in inglese sono andate ancora oltre e, giorno dopo giorno, hanno cercato di superare ulteriori linee rosse. A differenza dei media in lingua araba sono poi riusciti a mantenere una certa neutralità e un maggior equilibrio. Lo stesso si è verificato sugli schermi di Al-Jazeera, il cui portale arabo ha perso molta della credibilità che si era conquistata negli anni. Soprattutto nel corso della transizione, Al-Jazeera Mubashira Misr, il canale in diretta dal Cairo, è stata più volte accusata di essere faziosa e dichiaratamente schierata a sostegno della Fratellanza Musulmana.

Quello che non cambia però è il trattamento dei giornalisti che escono dalla redazione per iniziare il lavoro sul campo. “Quando sei in strada non c’è differenza. Puoi scrivere per testate in arabo o in inglese, ma per la polizia non c’è differenza. Anche i giornalisti egiziani che lavorano per riviste internazionali si espongono ai nostri stessi rischi. Cambia qualcosa per i giornalisti stranieri, ma non troppo.” Tutti sono ancora e continuamente esposti alla violenza delle forze dell’ordine.