Il giornalismo amatoriale siriano cresce: il caso delle web-radio

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Il giornalismo amatoriale siriano è in trasformazione. Basta pensare a quanto è accaduto a seguito di un evento della fine dello scorso settembre, quando alcuni membri del gruppo “Stato Islamico in Iraq e Levante” hanno rapito a un posto di blocco Rami el-Razzouk, corrispondente di radio ANA nel nord della Siria. Alla metà di ottobre, su iniziativa della stessa emittente, diverse radio indipendenti siriane si sono riunite a Geziantep per lanciare una campagna contro le crescenti intimidazioni cui sono sottoposti i giornalisti nelle zone cosiddette “liberate”. Una foto mostra un gruppo di giornalisti che insieme espongono i loghi delle singole radio: Rozana, Suriali, Nasaim, Yasmin al-Sham, al-‘asima, Baladna e altre. 

Finora, le campagne per la libertà di espressione o la liberazione di giornalisti erano state iniziative individuali e disperse, portate avanti principalmente attraverso i social network. Questa volta, si è trattato della rivendicazione di un’identità professionale comune. I loghi branditi nella foto rimandano a istituzioni mediatiche, non a singoli individui. Dietro di essi vi sono giornalisti, non degli attivisti. 

La campagna fa emergere le trasformazioni cui è andato incontro il giornalismo amatoriale siriano negli ultimi anni. Questa nuova onda giornalistica include giornali, riviste e siti di informazione, ma le web radio ne rappresentano uno degli esempi più significativi e interessanti.

 

Verso il ritorno a un giornalismo più classico

L’onda di cambiamento è abbastanza recente. Suriali ha cominciato a trasmettere nell’ottobre 2012, altre soltanto nel 2013: Nasaim in gennaio, Alwan in aprile, Rozana e ANA poco prima dell’estate, Raya soltanto in ottobre.

Nonostante le differenze nei contenuti, queste radio condividono la convinzione di dover riformare i metodi di lavoro del giornalismo locale post-rivoluzione.

Questa volontà si traduce prima di tutto nel fondare delle vere e proprie istituzioni mediatiche, in un panorama finora caratterizzato soprattutto da individui isolati e reti orizzontali di attivisti. Si tratta di progetti che decidono di fare un passo indietro rispetto alle dinamiche proprie del web, dotandosi di uffici, organizzazioni più tradizionali, gerarchie di redazione, giornalisti pagati a tempo pieno, e con un controllo editoriale molto più definito. L’ambizione è quella di porre le basi di un sistema mediatico ormai scomparso, disperso tra i social network, la propaganda del regime, e una copertura internazionale che appare carente sotto molti aspetti.

Come afferma la direttrice di Nasaim:

Nel periodo recente c’è un cambiamento evidente per quanto riguarda l’informazione in Siria. Spero che queste nuove istituzioni siano il nucleo di un nuovo sistema di informazione siriano. Ognuna prova a rappresentarne una parte e a porre i mattoni fondamentali a questo scopo. Si tratta di istituzioni che allo stesso tempo offrono una grande occasione a giovani talenti di far sentire la propria voce e soprattutto coloro che sono all’interno.

 

Questo processo di riorganizzazione va di pari passo con la rivendicazione chiara di una nuova identità professionale. I responsabili di questi progetti sottolineano di essere giornalisti, non attivisti. L’informazione di opposizione è criticata come inadeguata in quanto non è riuscita a garantire credibilità e obiettività sufficienti con il risultato di perdere fiducia di gran parte della popolazione.

Come afferma la direttrice di Raya:

Abbiamo pensato di mettere in piedi questa stazione perché l’informazione alternativa oggi è costituita in maggioranza da attivisti, non hanno esperienza sufficiente e non lavorano sempre professionalmente. Per esempio tendono spesso a esagerare le notizie per accusare il regime. Ma così è solo il regime a beneficiarne, dato che può delegittimare queste fonti di informazione. Abbiamo pensato che dobbiamo costruire un’informazione professionale alternativa a quella del regime. Il popolo siriano è stanco e non sa a chi rivolgersi per avere un’opinione imparziale. Il nostro obiettivo non è solo lavorare per la rivoluzione: noi non abbiamo una relazione diretta con la rivoluzione. Facciamo un’informazione libera e imparziale. Pensiamo a quello che verrà dopo e non soltanto a quello che succede ora durante la rivoluzione. 

 

O ancora, nelle parole di Mais Katt, direttrice del sito web di Rozana: 

Nell’informazione siriana si tende sempre troppo verso l’opinione: o si è con il regime o con l’opposizione. Non c’è capacità di veicolare le notizie senza un’agenda o un’opinione personale. Noi proviamo a descrivere la situazione umana in Siria attraverso inchieste e non offrendo opinioni personali.

 

Se i primi network di citizen journalist erano nati per mobilitare la popolazione e la comunità internazionale contro il regime, come era accaduto in Egitto e Tunisia, la nuova generazione si identifica in una missione giornalistica più tradizionale: quella di fornire un’arena di discussione per diversi punti di vista e raccontare i fatti cercando di essere più imparziali.

Da questo punto di vista, le radio rappresentano un ponte tra le prime esperienze di giornalismo online e il giornalismo tradizionale. Questa ibridazione è evidente anche nella scelta delle strategie di comunicazione. Con poche eccezioni, le piattaforme web, compresi Facebook e Twitter, continuano a rappresentare un elemento fondamentale per comunicare con il mondo degli attivisti, assicurarsi una visibilità oltre i confini della Siria, e interagire con il pubblico. Spesso la versione online contiene articoli e opinioni che non sono presenti in quella radiofonica.

Questa natura composita è evidente anche nella composizione professionale e delle competenze che caratterizza questi progetti. Molti degli ideatori e fondatori delle radio non nascono come giornalisti di professione. La direttrice di Raya, laureata in giornalismo, durante la rivoluzione mette in piedi con il marito un progetto di film documentari sulla Siria. Il direttore di Radio ANA lavorava a Damasco in un’impresa import-export prima di dedicarsi interamente al lavoro giornalistico. La responsabile del sito di Rozana si occupava prevalentemente dei diritti delle donne, mentre Lina Chawaf, responsabile della radio, lavorava precedentemente per radio Arabesque in Siria, una stazione privata dedicata all’intrattenimento. Caroline Ayoub, direttrice di Souriali, era attivista a Damasco, soprattutto nell’assistenza umanitaria alla popolazione. La direttrice di Nasaim, laureata in letteratura araba, comincia la sua attività di reporter ad Aleppo per Al-Jazeera e Al-Arabiya soltanto dopo l’inizio delle rivolte.

Allo stesso tempo tuttavia, tutti questi progetti si preoccupano particolarmente di prendere a bordo persone con una maggiore esperienza nel giornalismo professionale e soprattutto quello radiofonico. Suriali assume fin dal principio un regista televisivo che aveva una lunga esperienza nella televisione siriana di Stato, mentre il programma “Ayaam al-Lulu” è condotto da Hani Sayeed, in precedenza conduttrice di “Buongiorno Siria” su Medina FM, una radio privata. Raya si appoggia su una rete di giornalisti residenti all’interno del paese, mentre a Istanbul, dove risiede l’ufficio principale della radio, la metà dei componenti sono giornalisti e l’altra metà creativi o attivisti. Rozana conta al proprio interno sia giornalisti impiegati stabilmente che reporter freelance, mentre nella sede di Parigi risiedono unicamente Lina Chawaf, un redattore e i responsabili tecnici del progetto. Souriali riunisce uno staff diviso tra Europa, Stati Uniti e mondo arabo, e ha a disposizione una rete di giornalisti professionisti basati prevalentemente a Damasco.

In generale, si tratta di staff eterogenei, che riuniscono giornalisti di professione, attivisti, esperti di tecnologie del suono, programmatori, e persone che hanno esperienza in altri settori culturali.

 

Ritrovare la maggioranza silenziosa

Questi cambiamenti sono anche collegati alla deriva della rivolta verso una guerra civile al cui interno non solo l’attivismo civile non trova più spazio, ma deve fronteggiare, oltre al regime, anche i gruppi estremisti di opposizione. In questo contesto, i media appaiono giocare un ruolo che ha favorito, piuttosto che ostacolato, la continua disgregazione del tessuto sociale siriano. La copertura mediatica, focalizzata sulla violenza e polarizzata tra i due schieramenti, non riesce a rappresentare i punti di vista di una “maggioranza silenziosa” che non ha preso parte attiva nel conflitto.

La scelta editoriale delle radio si pone in modo critico verso questo tipo di copertura, a partire dal fatto che la loro offerta informativa non è basata tanto sulle notizie, quanto su un giornalismo di tipo sociale e comunitario. Sebbene alcune di esse offrano anche notiziari, le radio si focalizzano quasi esclusivamente sul lato umano delle vicende siriane, così come su aspetti sociali e culturali.

Come afferma Mais Katt:

Noi ci focalizziamo sulle storie umane. Oggi ogni individuo in Siria ha una storia da raccontare e Rozana vuole veicolare l’immagine della gente sul posto. Perché le persone nelle strade sono assenti dall’informazione e le loro storie non arrivano alla gente. Tutta l’informazione, siriana, araba o all’estero, è occupata dalla guerra e dalle questioni politiche. La voce delle persone appare soffocata da tutto questo rumore.

 

A volte, come nel caso di Raya, le notizie sono presentate sotto forma di racconto, per renderle “più vicine al pubblico e produrre un’informazione più flessibile e meno rigida”. La maggior parte delle trasmissioni è dedicata a storie quotidiane, approfondimenti culturali, programmi educativi e, naturalmente, musica. Alcune radio, come Souriali, si presentano esplicitamente come media di intrattenimento. L’idea è da una parte quella di ricostruire la società siriana favorendo una “presa di coscienza” della propria ricchezza culturale e sociale e di quei valori che “in questa situazione, si rischia di perdere o dimenticare”. I siriani non vogliono sentir parlare solo della guerra, dato che la vivono ogni giorno: hanno bisogno di programmi leggeri, così come di programmi socialmente utili e altri di natura costruttiva, che ricordi loro gli elementi positivi della società in cui vivono.

 

Come afferma Ahmed Kador, uno dei fondatori di radio Alwan:

Vogliamo dare alle persone accesso a modi più maturi di pensare e alle voci moderate. La nostra stazione radio è basata sul principio della tolleranza, e il suo obiettivo è di rinforzare e sostenere la società civile. Uno dei nostri maggiori obiettivi è di tirare fuori le persone dallo stato di depressione in cui versano in questi tempi difficili. I nostri programmi danno un messaggio di speranza e trasmettono musica. Vogliamo entrare in connessione con il cittadino medio.

 

Dall’altra, si cerca di riportare la spinta rivoluzionaria alla sua matrice iniziale, prendendo le distanze dalla deriva armata della rivolta. Ne emerge un tipo di giornalismo che si potrebbe definire quasi “comunitario” per la sua attenzione alle identità locali e alla necessità di riparare un tessuto sociale distrutto dalla guerra. La stessa radio Raya, in effetti, si autodefinisce come “radio di comunità”, proprio a sottolineare che il loro obiettivo è il “rafforzamento dell’identità siriana”.

In secondo luogo, si tratta di media che vorrebbero rivolgersi prima di tutto ai cittadini siriani “neutrali”, come spesso questi giornalisti li definiscono: uomini e donne che, all’interno del paese, non si riconoscono né nel regime né nell’opposizione tradizionale. Raya ne rappresenta il caso più avanzato, dato che trasmette esclusivamente sulle zone costiere, da Tartous a Idlib.

Questo aspetto si integra perfettamente con la linea editoriale complessiva, come la scelta di evitare le notizie degli aspetti violenti della rivolta che offrono gli altri media e quella di presentare uno stile giornalistico meno aggressivo e più imparziale. Soprattutto, la radio rappresenta un medium particolarmente adatto a questo scopo. Da una parte permette di raggiungere una popolazione che, a causa dei tagli all’elettricità sempre più frequenti, ha difficoltà a utilizzare sia internet che la televisione. Dall’altra perché permette di dare letteralmente voce alle persone all’interno del paese, intervistandole attraverso le reti di giornalisti che le radio hanno a disposizione. Ne sono un esempio programmi interattivi come “Mudhahara FM” di Radio Nasaim, durante il quale si possono inviare messaggi via telefono, Facebook, o Whatsapp che sono poi letti dal conduttore in diretta.

Come afferma Mazen Gharibah, uno dei fondatori di Souriali:

La prima cosa che abbiamo deciso è stata che sarebbe stata una radio diretta a quella parte di popolazione che potremmo definire “silenziosa”. Quindi non solo gli oppositori, ma anche coloro che si considerano neutrali e non hanno voce, e perfino i sostenitori del regime. Per creare uno spazio di condivisione tra di noi. Per ascoltarci l’un l’altro.