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Lo schermo di Pandora? La diffusione della fiction turca nel mondo arabo

11/03/2013
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Nel 2007 Fadi Ismail si recò dagli Emirati Arabi in Turchia, ad Adalia, per un festival del cinema. Facendo zapping sul televisore della sua stanza d’albergo, una sera, rimase colpito dalla qualità estetica degli sceneggiati: costumi eleganti, banchetti sontuosi, set fastosi sullo sfondo scenografico dello stretto del Bosforo vicino Istanbul. Ismail non parlava turco e quindi aveva tolto il volume, ma ben presto si rese conto di riuscire a seguire la trama prima di un programma e poi di un altro ancora. Non solo: trovava quelle trasmissioni assolutamente accattivanti. In qualità di responsabile di divisione della MBC, il principale canale satellitare del mondo arabo, Ismail era andato ad Adalia in cerca di film. Tornò invece con una serie di programmi televisivi turchi, dando il via a una rivoluzione dell’industria dell’intrattenimento e verosimilmente anche contribuendo in parte a innescare la miccia culturale che avrebbe portato alla Primavera Araba.  

Chiunque dal 2008 in poi abbia visitato un qualsiasi Paese del mondo arabo avrà probabilmente sentito parlare degli sceneggiati turchi. Le musalsalat, come vengono chiamate le soap opera in questa regione, hanno investito alla pari di un tornado l’intero mondo di lingua araba, con l’importazione di più di cinquanta serie dalla Turchia negli ultimi cinque anni. A questi programmi viene attribuita la responsabilità di tutta una serie di trend sociali tra cui la spinta all’affermazione di un nascente movimento di emancipazione femminile, un aumento del numero di divorzi, l’emergere di un ricorso sempre più diffuso alla chirurgia estetica tra gli uomini che vorrebbero assomigliare ai divi turchi, un boom di bambini a cui viene dato nome Muhannad, Noor o simili, come i protagonisti di una delle fiction più popolari, e un’impennata delle fatwa contro la televisione portate avanti dalle autorità religiose islamiche.  

La rivoluzione è partita in sordina. Nel 2007, su consiglio di Ismail, la MBC iniziò a trasmettere Corona di fiori,[1] un grande dramma storico incentrato sugli avvenimenti precedenti il colpo di Stato del 1980 in Turchia. Gli ascolti furono pochi, e a posteriori Ismail attribuisce l’insuccesso alla natura specificatamente turca del programma. Con lo sceneggiato successivo, Gli anni perduti, partito nel febbraio del 2008, gli spettatori cominciarono ad accorgersi di quel filone, apprezzando in particolare la buona recitazione degli attori, gli elevati standard di produzione e la trama scorrevole. Ma fu Noor, la storia d’amore con protagonista una ragazza povera che sposa un uomo di famiglia benestante, a segnare lo spartiacque definitivo per la diffusione dei programmi televisivi turchi in tutto il mondo arabo. La serie iniziò con una programmazione dopo pranzo su MBC-4, canale dedicato all’intrattenimento e rivolto prevalentemente al pubblico arabo femminile, ma ottenne un tale seguito da venir di lì a breve spostato in prima serata.  

Da quel momento, il trend non fece che aumentare: il finale di Noor registrò l’audience record di 85 milioni di spettatori e gli sceneggiati turchi divennero l’ingrediente irrinunciabile della programmazione di qualunque rete volesse conservare il proprio pubblico. Stando alle rilevazioni più recenti, le soap turche sono seconde per popolarità nella regione solo ai programmi egiziani e hanno superato di gran lunga quelli provenienti dalla Siria, l’altro colosso mediatico dell’area (il 65 percento degli abitanti della regione ha seguito almeno una soap turca, il 67 percento almeno una egiziana, e il 60 percento almeno una importata dalla Siria). A questi sceneggiati viene attribuito il merito di aver innescato un massiccio incremento del turismo verso la Turchia, dove i visitatori hanno la possibilità di vedere di persona le favolose dimore sul Bosforo e gli storici palazzi di epoca ottomana che caratterizzano molte delle fiction turche rispetto alle loro rivali prodotte altrove nel mondo arabo che generalmente vengono girate in studio.  

I divi delle soap turche sono diventati così famosi da superare spesso in termini di notorietà le star locali. Kivanç Tatlıtuğ è stato decretato l’uomo ideale nel mondo arabo sia per la sua avvenenza (lo chiamano il Brad Pitt turco) sia per i ruoli di maschio premuroso e gentile da lui interpretati in Noor e Mirna e Khalil. Alcuni attori attualmente lavorano sia in Turchia che altrove nel mondo arabo. Songül Öden, la coprotagonista di Tatlıtuğ in Noor, ha in programma un’apparizione in una musalsala del Ramadan che si intitolerà Sottoterra e inizierà le riprese ad aprile. E Çiğdem Batur, che fa la parte di un pubblico ministero nella soap di mafia La valle dei lupi, ha appena firmato un contratto milionario con l’azienda di gioielli mediorientale Damass per fare da testimonial nei suoi spot televisivi.  

L’immenso successo di questi programmi ha indotto molti a indagare per cercare di capire quale fosse il segreto dei turchi e come trarne profitto. Facendo riferimento alle ricerche sull’audience, sia gli analisti di settore che gli esperti del mondo accademico hanno sottolineato fattori di ordine culturale. In occasione del suo intervento dell’anno scorso al DISCOP di Istanbul, una fiera di contenuti per l’intrattenimento, il manager televisivo libanese Nabil Kazan ha puntualizzato come le soap turche suscitino interesse in virtù del loro essere al tempo stesso familiari e distanti. Esse hanno in comune con lo sceneggiato arabo gli ideali del romanticismo, dei legami familiari intensi che ruotano intorno a un patriarca potente e il sostrato islamico.  

Entrambi i generi inoltre implicano la presenza di intrighi contorti, come la ricomparsa improvvisa di personaggi creduti morti, la scoperta di legami di parentela nascosti, bambini perduti, ecc. Le trame turche però infrangono tabù che i produttori arabi sono riluttanti a trattare: la parità tra i sessi, l’infedeltà coniugale, i figli illegittimi, il sesso prematrimoniale. Secondo Badih Fattouh, dell’egiziana CBC TV, tutti questi elementi conferiscono allo sceneggiato turco un genere di realismo che risulta al tempo stesso innovativo e accattivante per il pubblico arabo.  

Per Ismail, la chiave del successo delle musalsalat turche consiste nel loro connotarsi come fenomeno “locale”. Il cibo, i personaggi e le ambientazioni una volta inseriti in un contesto culturale islamico diventano un qualcosa di familiare in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Gli sceneggiati oltretutto, aspetto questo forse altrettanto importante, vengono doppiati in arabo colloquiale siriano, una lingua ben compreso in tutta la regione e che alle orecchie della maggior parte degli spettatori tende a risultare più accessibile dell’arabo letterario tradizionale che rappresentava lo standard nel doppiaggio delle telenovele messicane e brasiliane. La MBC ha incaricato la Sama Art Production di Damasco di doppiare le prime serie e il pubblico ha reagito positivamente, apprezzando il cambio di registro analogo a quello che intercorre tra una lezione e una normale conversazione. E visto che spesso come doppiatori vengono impiegati attori famosi, i divi turchi finiscono per ottenerne una personalità ibrida che garantisce loro popolarità non solo in ambito locale ma anche più generalizzato. Di fatto, il doppiaggio risulta così cruciale nella definizione dell’identità e peculiarità dei programmi che accademici del calibro di Bahadir Ileri e Ahmet Uysal sono arrivati a definirlo una sorta di coproduzione delle musalsalat, il cui risultato si configura come prodotto assolutamente nuovo e distinto.  

Al di là del doppiaggio, poi, i programmi turchi rappresentano una differenziazione di format che molti trovano particolarmente accattivante. La gran parte delle trasmissioni presenti sugli schermi televisivi arabi si connota, per un verso o per l’altro, come reality: ci sono talk show, giochi a premi, talent e via discorrendo. Per diversi anni le uniche eccezioni a questa regola sono stati da una parte i programmi stranieri importati dall’estero, e dall’altra gli sceneggiati del Ramadan di produzione locale. Questi ultimi sono serie da 30 episodi trasmesse nel corso del mese sacro islamico, che vedono la partecipazione di alcune delle più note star e budget di produzione enormi. Tali programmi però, malgrado godano di una popolarità incredibile, sono per loro stessa natura circoscritti nel tempo. Le fiction turche di ambientazione semi-locale, invece, possono durare fino a più di 100 episodi della durata di un’ora e mezza ciascuno. In Turchia, dove vengono trasmesse una volta alla settimana, questo può voler dire andare avanti per uno, due o anche tre anni, in alcuni casi addirittura di più. Nel mondo arabo, i programmi spesso vengono suddivisi in due tronconi da 45 minuti ma sono trasmessi cinque giorni alla settimana. Questo format fa sì che il pubblico possa godere di un’esposizione quotidiana e al tempo stesso prolungata alle proprie serie preferite, un trend che pare consentire una maggiore identificazione con i personaggi e più massicci investimenti nel genere nel suo complesso.  

Gli investimenti sono senza dubbio rimpolpati dal fatto che le serie turche tendono a configurarsi come produzioni di qualità elevata, in termini di recitazione, trama, ambientazioni e cinematograficità. Secondo il manager televisivo turco Zühtü Sezer, ciò è una semplice conseguenza di un mercato domestico assolutamente spietato. Lo ha precisato parlando con i suoi colleghi dell’Egitto, del Libano e degli Emirati Arabi a margine del DISCOP: “Quando si firma un contratto con un produttore si stabiliscono gli obiettivi di indice di gradimento. Se il programma ottiene il 10 o il 20 percento in più rispetto all’obiettivo ne ricava un certo quantitativo di denaro in più, ma il medesimo contratto stabilisce che se il primo episodio è al di sotto di una certa soglia, la faccenda è finita lì. Magari all’epoca in cui viene trasmesso il primo episodio si è già arrivati a girare il quinto o il sesto, ma si tronca là. Il mercato turco è un immenso cimitero di serie morte e sepolte di cui sono andate in onda solo quattro o sei puntate. Quindi se lo sceneggiato che acquistate voi è sopravvissuto… voglio dire, niente è una garanzia assoluta, ma almeno si può stare tranquilli di poter contare su un buon indice di gradimento”. Sezer ha anche precisato come il sistema dello share sia parte integrante della produzione televisiva in Turchia. In questo Paese da vent’anni l’indice di gradimento viene calcolato minuto per minuto, quindi sceneggiatori, tecnici del montaggio e registi hanno iniziato a lavorare in team con gli esperti di share. Ritoccano l’episodio della settimana che verrà a partire dai più minuziosi aspetti della performance di quello che l’ha preceduto, spesso finalizzando il materiale che verrà trasmesso poche ore prima della messa in onda.  

Fatta eccezione per gli Emirati Arabi, che hanno avviato le rilevazioni di share minuto per minuto nel 2012, la maggior parte del mondo arabo utilizza un sistema a campione i cui risultati sono disponibili cinque settimane dopo la trasmissione. Nel caso dei programmi del Ramadan, i dati si hanno quindi generalmente molto dopo che l’ultimo episodio è stato girato e spesso anche dopo che è andato in onda. Non deve quindi sorprendere che i turchi abbiano trovato il modo di compiacere il proprio pubblico ben più accuratamente dei produttori del mondo arabo, che però in alcuni casi hanno iniziato a prendere nota: la MBC per esempio l’anno scorso ha rilasciato due serie in gran parte ispirate al tradizionale format turco di lunga durata: Ruby e Il vendicatore. La trama di Ruby comprende dei triangoli amorosi oltre che il tradimento ad opera di uno dei personaggi femminili principali, tematiche quindi che smuovono le acque torbide dell’accettabilità sociale. Ciò nonostante, ci sono dei limiti a quel che le produzioni arabe possono rilasciare e, secondo alcuni alti quadri del settore, è esattamente quella la nicchia che i programmi turchi possono andare a colmare: possono trattare temi troppo scottanti perché i produttori locali possano gestirli, contando comunque sul fatto che tali contenuti vengano tollerati dal pubblico della regione perché provengono da un Paese musulmano.  

Venir tollerati ed essere pienamente accettati sono però due cose ben diverse, e le serie turche hanno ovviamente testato i confini di ciò che alcuni all’interno del mondo arabo sono disposti a condonare. La popolarità dei programmi è fuori discussione, ma la sfida sul piano sociale e morale che essi pongono ai valori tradizionali ha innescato in diversi casi reazioni fortissime, in particolare da esponenti religiosi e critici conservatori. Noor è stata una delle prime pietre dello scandalo. Nell’estate del 2008, mentre la serie si avvicinava al travolgente finale, gli sceicchi sauditi e siriani iniziarono a condannare pubblicamente lo sceneggiato e coloro che lo trasmettevano. La critica più accesa fu la fatwa dello sceicco Saleh al-Lohaidan, capo della corte della sharia saudita, secondo cui i proprietari dei canali che trasmettevano programmi indecenti e volgari avrebbero dovuto essere condannati a morte. L’editto, emesso il 14 settembre, due settimane dopo la fine di Noor, fu significativo in parte anche perché implicitamente diretto contro la famiglia reale saudita, che si presume detenga una quota significativa delle azioni della MBC. Quello stato d’animo pareva peraltro condiviso dagli spettatori. Gli analisti della KA Research rilevarono infatti che il 64 percento delle donne saudite da loro intervistate era d’accordo con una fatwa di condanna dell’immoralità di Noor da parte dello sceicco Abdul Aziz Al Sheikh, il Gran Mufti dell’Arabia Saudita, per quanto l’80 percento di loro dichiarasse al contempo di guardare la serie.  

La moralità non è l’unico seme della discordia che circonda le musalsalat. All’approccio relativamente paritario che esse mostrano nei rapporti tra i sessi è stata attribuita la colpa dell’ondata di divorzi che ha investito la regione: le donne lascerebbero i mariti perché non corrispondono al modello idealizzato “turco” e i mariti d’altro canto lascerebbero le mogli non essendo più in grado di gestirne le esagerate aspettative romantiche. Anche la distrazione è stata un ulteriore motivo di lamentela, perché l’ossessione per le soap pare abbia indotto alcune donne di casa a scordarsi di preparare la cena per la propria famiglia mentre guardavano il programma o, per citare un aneddoto un po’ più grave, in almeno un caso abbia spinto alcune infermiere di un ospedale a prestare assistenza inadeguata durante un parto perché stavano cercando di seguire quel che accadeva in televisione.

Non sono del resto preoccupazioni circoscritte al mondo arabo. Dibattiti analoghi hanno interessato anche la Turchia, dove l’organo di censura statale, il Consiglio Superiore per la Radio e la Televisione, RTÜK, commina spesso multe per condotta immorale o violenza eccessiva. Anche i politici spesso affrontano queste tematiche, e il caso più emblematico è quello del recente attacco da parte del Primo ministro Erdoğan allo sceneggiato in costume di ambientazione ottomana Il secolo delle meraviglie. L’uscita del premier ha provocato reazioni contrastanti sia in Turchia che nel mondo arabo in generale. Tra i sostenitori c’è stato Saleh El-Sihi, critico del Qatar, che ha lodato Erdoğan per la sua presa di posizione invitandolo a pronunciarsi anche contro altri programmi. In particolare, egli ha citato a questo proposito la serie Amore proibito, sostenendo che veicoli un messaggio pericoloso riguardo alle relazioni clandestine.  

Le reazioni ai programmi turchi si sono tendenzialmente focalizzate sui drammi romantici rivolti al pubblico femminile, ma questo non è il solo genere di contenuto che è stato importato. Alcuni dei programmi più importanti al momento sono indirizzati a un pubblico maschile o misto. La vendetta è un tema assai diffuso, come dimostrano gli esempi di Eternità, liberamente ispirato a Il conte di Montecristo, e Crimini di silenzio, tratto dal romanzo Sleepers. Entrambe le serie hanno appassionato moltissimi spettatori nell’ultimo anno. Grande popolarità è stata anche ottenuta dal mix di criminalità e politica. Il lungo sceneggiato di argomento La valle dei lupi, per esempio, aveva un certo seguito in alcune aree del mondo arabo già prima che ne scoppiasse la mania nel 2008, e i suoi spin-off cinematografici del 2006 e 2011, dedicati rispettivamente all’invasione americana dell’Iraq e al raid israeliano del 2010 contro la flotta umanitaria a Gaza, sono stati due enormi successi. La serie Il pianto di una pietra coniuga invece politica e romanticismo, essendo incentrata su una storia d’amore durante l’occupazione israeliana.  

Alcuni commentatori hanno collegato questi ultimi due sceneggiati all’agenda politica turca, sottolineando come entrambi avessero contribuito alla crisi diplomatica con Israele nel 2010 che probabilmente ha reso più popolare il partito di governo turco sia in patria che in tutto il mondo arabo. Malgrado non ci siano prove di un legame diretto tra i programmi e il governo turco, la diffusione di queste trasmissioni è stata fonte di acceso dibattito negli ultimi anni, soprattutto in riferimento al cosiddetto soft power turco. Gli analisti in ambito sia politico che accademico tendono a convenire sul fatto che le musalsat stiano rendendo la Turchia più conosciuta e più apprezzata in tutta la regione. Come prove di tale fenomeno si sottolineano l’aumento del numero di arabi che decidono di imparare il turco e l’afflusso massiccio di turisti arabi in Turchia. Si puntualizza inoltre come questi programmi sembrino operare in parallelo alla “strategia della profondità” portata avanti dal ministro degli Esteri turco Davutoğlu, che prevede buoni rapporti e un incremento di scambi culturali con i Paesi vicini.  

Quest’influenza potrebbe però rivelarsi un’arma a doppio taglio, perché attira anche critiche di “imperialismo culturale” e spesso implica un’immagine del Paese con cui i turchi più conservatori, compreso il premier, non si trovano a proprio agio. Probabilmente in parte per confutare tale immagine, il governo turco ha inaugurato nel 2010 un suo canale in lingua araba, la TRT Al-Turkiya. La rete trasmette notiziari, arte, economia e serie. Finora ha avuto un successo modesto rispetto a quello di iniziative analoghe avviate dai suoi corrispettivi di Francia, Russia e dalla BBC e i suoi ascolti impallidiscono rispetto a quelli delle serie del settore commerciale turco.  

Le discussioni sulla posizione dei contenuti turchi nel mondo arabo probabilmente andranno avanti un bel po’, ma al momento uno dei pareri più interessanti rispetto al ruolo dei programmi turchi nella regione viene proprio dall’uomo che è stato il primo a importarli. Nel suo intervento al DISCOP, Fadi Ismail ha affermato che gli sceneggiati televisivi, compresi quelli turchi, abbiano avuto una parte nella Primavera Araba. Incalzato sull’argomento, ha precisato che tale parte potrà essere stata marginale, ma probabilmente cruciale, perché ha contribuito a innescare un trend di “apertura al mondo, alle aspirazioni, a un futuro migliore, a quel che il mondo esterno ci può regalare. Ha cercato di garantire alla gente che esistesse anche un modo diverso di fare le cose”.

Due anni dopo lo scoppio della Primavera Araba, le musalsalat turche la fanno ancora da padrone nell’etere della regione, che si tratti della Siria, dove i soldati dell’esercito ultimamente hanno sbeffeggiato un giornalista turco che avevano catturato chiedendogli quando l’eroe della Valle dei Lupi sarebbe arrivato a salvarlo, o dell’Egitto, dove i proprietari di rete stanno cercando di mantenersi in equilibrio sulla sottile soglia che intercorre tra il pagare i sempre più esorbitanti costi dei programmi turchi da una parte e il cercare di produrre serie nuove per un pubblico ormai abituato a quelle turche dall’altra. L’entità dei cambiamenti innescati da queste trasmissione è difficile da valutare con esattezza, ma non può certo essere ignorata.

Traduzione: Chiara Rizzo


[1] La maggior parte dei titoli sono traduzioni letterali dal nome in arabo dei programmi, tranne che nei casi in cui il titolo inglese sia di più ampia diffusione. I nomi in turco, in inglese, in italiano, in arabo translitterato e dall’arabo all’inglese delle serie citate nell’articolo sono i seguenti:

Çemberimde Gül Oya – Rose Embroidered Headscarf – Velo ricamato di rose – Iklil al-Ward – Crown of Flowers – Corona di fiori

Ihlamurlar Altında – Under the Linden Trees – All’ombra dei tigli – Sanawat al-Dhaya’ – The Lost Years – Gli anni perduti

Gümüş – Silver – Noor – Noor (che significa “luce”)

Menekşe ile Halil – Menekşe and Halil – Menekşe e Halil – Mirna ve Khalil – Mirna and Khalil – Mirna e Khalil

Tahta al-Ard (in arabo) – Underground – Sottoterra

Kurtlar Vadisi – Valley of the Wolves – Wadi al-Di’ab – Valley of the Wolves – La valle dei lupi

Rubi (in arabo) – Ruby

al-Muntaqim (in arabo)- The Avenger – Il vendicatore

Muhteşem Yüzyıl – Magnificent Century – Il secolo delle meraviglie – Harim al-Sultan – The Sultan’s Harem – L’harem del sultano

Aşk-ı Memnu – Forbidden Love – ‘Ishq al-Mamnu’ – Amore proibito

Ezel – Eternity – Ezel – Eternità

Suskunlar – Crimes of Silence – Crimini di silenzio – al-Samitun – The Silent Ones

Ayrılık – Separation – Separazione – Sarkha al-Hajar – Cry of a Stone – Il pianto di una