Doppie personalità del presidente iraniano su Twitter

HassanRouhaniTWITTER

I cinguettii del nuovo presidente iraniano rischiano di passare alla storia.

Che Hassan Rouhani sapesse utilizzare i social media lo avevamo imparato già durante la campagna elettorale della scorsa primavera. Ora che si è insediato alla presidenza della Repubblica islamica da un mese, i suoi account social stanno sicuramente destando molta attenzione, soprattutto fuori dall’Iran.

Il rischio di incappare in un account fake esiste a tutte le latitudini (ne sa qualcosa da noi Mario Monti), nonostante Twitter dia da tempo la possibilità di ottenere un “account verificato” (contrassegnato da un logo blu con un “checkmark” bianco all’interno) attraverso una procedura piuttosto complessa.

In Iran, dove i social media sono (o sarebbero) de facto al bando, ci si muove come al solito lungo la sottile linea dell’ambiguità.

 

Ci sono tre account che possono essere attribuiti a Rouhani:

 

@HassanRouhani_ è quello che personalmente ho seguito per tutta la campagna elettorale e che pochi giorni fa l’agenzia di stampa Mehr ha indicato come l’unico ufficiale. Da questo account partono tweet in inglese (soprattutto), ma anche in francese e in spagnolo. Finora era sembrato potesse essere un canale diretto di comunicazione con i media e il pubblico occidentali. Da questo account, ad esempio, Rouhani aveva comunicato la nomina di Marziyeh Afkham a portavoce del Ministero degli Esteri, prima donna in Iran a ricoprire questo ruolo.

 

È sempre da questo account che il 4 settembre Rouhani annuncia la sua partecipazione all’Assemblea Generale dell’Onu di New York.

 

E sempre da qui il 4 settembre interviene più volte sulla crisi siriana invocando una soluzione diplomatica.

 

Dall’account @HassanRouhani partono invece tweet solo in inglese, spesso arricchiti da foto. Il tweet che fa scalpore è quello con cui, la sera del 4 settembre, il vero o presunto Rouhani fa gli auguri di buon capodanno a “tutti gli ebrei, specialmente a quelli iraniani”. Il tweet rimbalza veloce, viene commentato in tutto il mondo, si sprecano i paragono con i toni e lo stile del suo predecessore Mahmud Ahmadinejad. Poi però, quando a Teheran è già passata la mezzanotte, il suo consigliere nega addirittura che il presidente sia su Twitter. Poi corregge il tiro, sostenendo che “forse l’account continua a essere gestito da qualcuno del suo staff elettorale”.

Il tutto sembra una smentita obbligata per questioni interne. Probabilmente non ci si aspettava un ritorno così immediato e potente. In sostanza, gli auguri di RoshHashanah potrebbero essere veri, ma sono soprattutto un messaggio all’esterno, un’ulteriore smarcamento rispetto all’era Ahmadinejad.

 

Il terzo account @Rouhani_ir è interamente in persiano. I tweet, in questo caso, sono quasi esclusivamente su questioni interne, come ad esempio la scelta del futuro sindaco di Teheran. Questione sulla quale il presidente si dichiara super partes, ma sulla quale ci sarà presto da discutere.

 

Sarebbe un errore sottovalutare la portata di questa vicenda. La strategia di comunicazione digitale messa in atto da Rouhani è parte di una linea politica precisa, il cui esito finale è tutt’altro che scontato. Il primo punto nell’agenda politica del presidente iraniano è la fine dell’isolamento internazionale del paese. Rohuani lo ha ripetuto durante tutta la campagna elettorale e lo ha confermato nel suo discorso di insediamento lo scorso 3 agosto.

Tuttavia, il potere del presidente della Repubblica islamica, soprattutto in politica estera, è tutt’altro che illimitato. L’ultima parola, secondo la Costituzione, spetta alla Guida Suprema che finora non ha mostrato segnali di grande apertura nei confronti dell’Occidente e degli Usa in particolare. Se le buone intenzioni di Rouhani sono ancora tutte da verificare e innegabile che nell’era della comunicazione globale, basta una dichiarazione male interpretata (o tradotta in modo tendenzioso) per creare un incidente diplomatico e bloccare il dialogo.

Gli otto anni del suo predecessore sono stati, in questo senso, un autentico disastro. Ahmadinejad aveva certamente un’altra linea politica rispetto a Rouhani, anche se in alcune situazioni i media occidentali hanno calcato la mano, attribuendogli parole e toni mai usate. La famosa frase sulla cancellazione di Israele dalla mappa geografica, ad esempio, fu il risultato di una traduzione per lo meno inesatta.

Ma le trappole per i politici iraniani non vengono soltanto dall’esterno. Allo stesso Rouhani, a inizio agosto, è stata attribuita dall’agenzia Isna una frase su Israele (“un male da estirpare”) che non avrebbe mai detto.

Ecco allora che i media digitali, Twitter in particolare, si prestano a essere utilizzati come strumenti di dialogo diretto tra il nuovo presidente e l’opinione pubblica internazionale.

La maggior parte dei tweet del nuovo presidente vertono, non a caso, su due temi caldi come la crisi siriana e sulla questione nucleare. Rouhani ha espresso (in inglese) una posizione equilibrata, condannando – ad esempio – l’uso delle armi chimiche tout court, senza accusare l’opposizione ed evitando di lanciare messaggi di solidarietà ad Assad. 

In questo senso, Rouhani si sta muovendo sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex presidente Rafsanjani, suo vecchio amico e alleato, che pochi giorni fa ha indirettamente accusato Assad, condannando l’uso di armi chimiche «soprattutto da parte dei governi».

In questa “cordata” c’è anche il ministro degli Esteri Javad Zarif, uno dei nomi della squadra di governo salutati con maggiore entusiasmo da parte dei riformisti. Anche Zarif ha cominciato a twittare quasi all’improvviso, trascinato in rete da un tweet di invito dello stesso Rouhani. Il suo è stato un esordio scoppiettante. Non solo ha subito rilanciato gli auguri per il capodanno  ebraico, ma ha anche cominciato a rispondere ai commenti di chi lo ringraziava o faceva ironie. In uno di questi ha affermato “di non aver mai negato l’Olocausto. Chi lo faceva è andato via”.

Una parte dell’establishment iraniano teme che il dialogo Tehran – Washington possa essere la prima vittima di un attacco statunitense alla Siria, mentre l’ala più dura del regime preme affinché questo dialogo non cominci mai. Il confronto corre anche sul web.

 

Aggiornamento

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama. Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra: l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.

 

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Parte di questo articolo è comparso su Diruz, il blog di Antonello Sacchetti