Egitto-Qatar: il disgelo passa da Al-Jazeera

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Il riavvicinamento tra Doha e il Cairo passa per le stesse frequenze che hanno portato il Qatar e l’Egitto ai ferri corti: quelle di Al-Jazeera.

Anche se non è ancora chiaro se è in corso un processo di pace o solamente un cauto tentativo di normalizzazione delle relazioni, quello che è certo è che non sarà la prima satellitare panaraba a coprire l’eventuale stretta di mano tra il principe qatarense Tamin e il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.

Il 22 dicembre, Al-Jazeera Mubashira Misr (il canale che trasmette in diretta dall’Egitto) ha infatti annunciato la fine delle sue trasmissioni come aveva chiesto – più o meno esplicitamente – il “nuovo” regime egiziano. Da quando, nel luglio 2013, sono tornati al potere, i militari egiziani sopportano a fatica le emittenti (soprattutto straniere) che etichettano la loro ascesa come un golpe militare.

 

Al-Jazeera megafono della Fratellanza Musulmana

Come già faceva quando l’Egitto era nelle mani della Fratellanza Musulmana, nei 17 mesi successivi alla deposizione del presidente Mohammed Mursi, Al-Jazeera Mubashira Misr ha sostenuto gli islamisti, criticando senza peli sulla lingua “le autorità golpiste” e dando ampia copertura delle manifestazioni – piccole, ma numerose – contro i militari che da più di un anno attraversano il Paese. Il canale tanto esaltato durante la rivoluzione del 2011 entra quindi in fretta nel mirino della nuova censura di regime. Poco dopo l’annuncio dell’arresto di Mursi, le trasmissioni dei diversi canali di Al-Jazeera e di altre emittente filo-islamiste vengono interrotte in diretta e la guerra contro la satellitare qatarense arriva a coinvolgere la cosiddetta “cellula del Mariott“, ovvero i tre giornalisti di Al-Jazeera condannati a 7-10 anni di detenzione con l’accusa di aver diffuso false notizie e di dare sostegno a organizzazioni terroristiche.

“Era evidente a tutti che la chiusura di Al-Jazeera Mubashira Misr era la conditio sine qua non per ogni sorta di riavvicinamento con il Qatar”, spiega un diplomatico egiziano che preferisce mantenere l’anonimato. “Non potevamo avere alcuna relazione con Doha fino a quando questa si serviva del suo canale per fare traballare le nuove istituzioni”.

 

Guerra fredda tra Egitto e Qatar

Anche se la copertura di Al-Jazeera è stato l’ostacolo più evidente tra le due cancellerie, la guerra fredda tra Egitto e Qatar è esacerbata da altre questioni. A Doha e dintorni hanno trovato rifugio diversi sostenitori della Fratellanza Musulmana e alcuni leader della Confraternita riusciti a scappare dall’Egitto prima di finire dietro le sbarre. Anche se il Cairo continua a chiedere la loro estradizione, Doha non cede.

Il caso più eclatante è quello che vede coinvolto il global mufti, lo sheik Yusef Al Qaradawy che combatte contro il mandato di cattura emesso dall’Interpol sotto richiesta dell’Egitto. Dal Qatar, lo sheikh, reso celebrare dal suo show religioso su Al-Jazeera, “Shariah e vita”, smentisce le accuse mosse contro di lui dalle autorità egiziane secondo le quali starebbe utilizzando la sua pagina Facebook per istigare all’omicidio.

A complicare la relazione tra Egitto e Qatar è infine l’ospitalità garantita dalla penisola a redazioni di testate simpatizzanti con la Fratellanza che fanno fatica a lavorare lungo il Nilo.

 

Arabia Saudita, paciere interessato

Se il riavvicinamento tra il Cairo e Doha riesce a registrare qualche progresso è tutta opera del suo principale sponsor, quell’Arabia Saudita che a novembre ha costretto i due litiganti a raggiungere l’accordo di Riad. Se il Qatar è stato costretto a firmarlo per evitare l’espulsione dal Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’Egitto non può fare altro che accontentare le richieste avanzate da chi tiene artificialmente in vita la sua economia che ha subito anche il colpo del ritiro dei sussidi del Qatar. Durante la presidenza Mursi, Doha aveva sostenuto l’Egitto con 7,5 miliardi di dollari in depositi, ritirati a seguito della sua deposizione. Al-Sisi spera poi di coinvolgere anche Doha nella conferenza sul rilancio dell’economia egiziana prevista per il prossimo marzo.

Dopo l’annuncio dell’accordo di Riad, il sito egiziano Youm7 ha iniziato a monitorare la performance di Al-Jazeera per analizzare fino a che punto questa emittente sta davvero cambiando tono. Secondo il portale, tutt’altro che neutrale nella sua copertura degli eventi egiziani, l’emittente qatarense non avrebbe modificato di una virgola il suo approccio e gli accordi di Riad non avrebbero sortito alcun effetto. Per vedere se qualche risultato c’è stato bisognerà però aspettare il 3-4 gennaio, quando il sovrano saudita potrebbe ospitare nella sua dimora il principe qatarense Tamin e Al-Sisi.

Difficile immaginare una calda e sincera stretta di mano tra i leader di due Paesi che da almeno venti anni continuano a battibeccare. Già all’epoca di Hosni Mubarak, il Qatar cercava di fare il possibile per estendere la sua influenza nella regione, tentando per esempio di scalzare il Cairo dal ruolo di mediatore nel conflitto israelo-palestinese. Questo è stato evidente anche in occasione dell’ultima operazione israeliana sulla Striscia di Gaza, quando Doha si è affiancata alla Turchia per sponsorizzare un piano di pace alternativo alla proposta – svogliata e tardiva – arrivata dal Cairo.

Difficile quindi credere che la prima satellitare panaraba accetti di sparire dall’importantissimo palinsesto egiziano. Alcuni giornalisti dell’emittente, che preferiscono mantenere l’anonimato, svelano piuttosto progetti per il lancio di un nuovo canale che, sostituendosi ad Al-Jazeera Mubashira Misr, continui ad aggiustare il tono in base all’evoluzione della narrativa regionale.
Non è ancora chiaro come Al-Jazeera si sintonizzerà sullo scenario attuale. È però evidente che questo ulteriore cambiamento di tono trasformerebbe l’emittente resa celebre per la rivoluzione democratica portata nei media arabi in poco più di una trovata pubblicitaria al servizio dell’emiro e uno strumento di soft power che può essere attivato e disattivato a suo piacimento.