Ad un anno da Gezi Park, la libertà d’espressione on-line in Turchia

immagine articolo Annalisa

A poco più di un anno dalle proteste di Gezi Park, un’analisi sullo stato dell’arte della libertà d’espressione in Internet in Turchia, nell’era di Erdoğan.

Mentre a Izmir 29 cittadini erano in attesa di giudizio per i tweet pubblicati durante le proteste di Gezi Park, dal 2 al 5 settembre scorso Istanbul ha ospitato la nona edizione dell’Internet Governance Forum. L’evento, organizzato annualmente dalle Nazioni Unite con esponenti ed esperti della società civile e rappresentanti di governi, ha lo scopo di promuovere un dialogo intorno alle più importanti questioni legate alla governance del più grande spazio pubblico che l’umanità abbia mai conosciuto: Internet. La scelta di indicare la Turchia come sede dell’incontro aveva già suscitato diverse reazioni di protesta, come il boicottaggio da parte di alcuni attori, mentre associazioni come Reporter Senza Frontiere, l’associazione dei giornalisti Turchi, Amnesty International, Human Rights Watch ed altre organizzazioni hanno colto l’occasione per incontrarsi nel paese in conferenze alternative (cd. Internet Un-governance Forum) per parlare delle politiche restrittive adottate dal governo di Erdoğan. L’occasione, infatti, ha permesso di puntare l’attenzione sulla libertà d’espressione e di informazione nel paese, sottoposta alle pressioni provenienti dal mondo politico che a partire dalle proteste di Gezi Park sembrerebbe aver adottato una vera e propria strategia di controllo nei confronti dei media. Una strategia, del resto, recentemente confermata dall’ondata di arresti, avvenuta lo scorso dicembre, ai danni di alcuni giornalisti e rappresentanti dei media turchi, tra cui il direttore di Zaman, uno dei principali giornali nazionali.

La comunità digitale turca: sempre più social

I cittadini turchi online sono circa 36,5 milioni su una popolazione di quasi 75 milioni di abitanti. Nel dicembre del 2012, gli utenti turchi erano secondi in Europa, dopo il Regno Unito, per quantità di tempo pro-capite trascorso online, pari a 31 ore al mese e, stando ai più recenti dati di Freedom House, il paese è uno dei più social: più del 90% della popolazione turca ricompresa tra i 15 e i 64 anni d’età possiede un account su Facebook e più del 70% anche su Twitter. Il Boston Consulting Group, inoltre, ha inserito la Turchia tra il gruppo “Straight to Social” dei paesi dove più rapidamente il tasso di nuovi utenti di Internet si associa all’inizio del loro utilizzo dei social media.

In un rapporto del Gallup/BBG è emerso, per di più, come tra i ragazzi tra i 15 e i 24 anni, Internet è vicinissimo a pareggiare la televisione quale fonte di informazioni: il 71% ricorre a Internet contro il 75% della televisione, un dato interessante specialmente se confrontato con la fascia d’età ricompresa tra i 25 e i 34 anni, in cui il 56% ricorre a Internet contro il 90% della televisione. A partire dalle proteste di Gezi Park, quando i media tradizionali non hanno dato rilevanza al fenomeno, è aumentato anche il numero di persone che ricorre ai social media per reperire informazioni, tra queste ben il 45% dei giovani tra i 15 e i 24 anni.

Il quadro giuridico: dall’anarchia ai primi tentativi di limitazione

La libertà d’espressione in Internet in Turchia è, innanzitutto, tutelata dall’art. 26 della Costituzione e dall’art. 10 della Convenzione Europea per i Diritti Umani che prevede altresì una specifica tutela, in violazione della quale è possibile ricorrere alla Corte Europea dei Diritti Umani, come è già avvenuto diverse volte nei confronti proprio della Turchia.

Come nel resto del mondo, con l’avvento di Internet si rese necessario un nuovo quadro regolamentare, vista l’inadeguatezza della normativa allora vigente a cui inizialmente si fece ricorso. Il primo intervento del legislatore turco arrivò, quindi, nel 2002 con la discussa legge n. 4672 che di fatto poneva Internet all’interno dello stesso regime di controllo già previsto per la stampa. In pratica tutte le attività online rientrarono nell’ambito della Commissione Radio e Televisione e qualsiasi reato di informazione online veniva equiparato ad un reato sulla stampa, con conseguenze dirette sulla libertà della rete. In realtà, tuttavia, la legge non trovò un’applicazione severa.

La diffusione di presunti video diffamatori della figura di Mustafa Kemal Atatürk apparsi su YouTube, unita al timore della diffusione di video pedopornografici, d’informazioni riguardanti il suicidio e l’utilizzo di stupefacenti, spinse il legislatore turco ad intervenire nuovamente nel 2007 con la legge n. 5651. Da allora il regime di Internet in Turchia sembrerebbe aver intrapreso un nuovo corso. Grazie all’art. 8 della legge n. 5651, ad esempio, l’Autorità turca per le telecomunicazioni (BTK – Bilgi Teknolojileri ve İletişimi Kurumu) ha potuto procedere all’oscuramento di siti web in presenza di “sospetti fondati” sul compimento di uno degli otto reati specifici previsti nell’elenco, grazie alla creazione di un apposito Dipartimento per le Telecomunicazioni (TIB – Telekomünikasyon İletişim Başkanlığı), cui venne affidata la competenza di Internet.

L’oscuramento dei siti e le prime reazioni alle limitazioni della libertà d’espressione in Internet

Stando ai dati dell’OCSE, grazie alla vaghezza delle disposizioni contenute nella legge n. 5651 nel 2009, erano già stati bloccati circa 3700 siti. Negli ultimi anni molte critiche sono state sollevate non solo dalla società civile turca, bensì anche dall’OCSE, dal Consiglio Europeo dei Diritti Umani e dallo special rapporteur per la libertà d’opinione e d’espressione delle Nazioni Unite. L’Unione Europea, nel rapporto sui progressi del paese del 2012 adottato nell’ambito dei negoziati per l’adesione (o meglio accessione) della Turchia all’UE, ha affrontato la questione esprimendo la propria preoccupazione verso i frequenti oscuramenti e chiedendo una riforma della legge n. 5651.

Molti cittadini turchi, poi, hanno fatto ricorso alla Corte Europea per i Diritti Umani senza, tuttavia, riuscire a ottenere una risposta concreta da parte del governo turco. Nella sentenza Ahmet Yıldırım v. Turkey del 2012, ad esempio, la Corte ha affermato che la legge n. 5651 non tutela adeguatamente il popolo turco da un’applicazione arbitraria e dalle indebite misure di blocco dei siti Internet.

L’atteggiamento delle autorità turche continua, da un lato, ad ignorare tali moniti, e dall’altro, a perseverare nel blocco di siti. Secondo i dati di Engelliweb, una piattaforma digitale turca che monitora le violazioni del diritto alla libertà d’espressione in Internet, ad agosto del 2014 più di 50,000 siti erano stati bloccati (un numero doppio rispetto a quello dello stesso periodo nel 2012). A partire dai movimenti di protesta di Gezi Park del 2013 l’attività di controllo di Internet e di blocco di siti da parte delle Autorità turche si è intensificato.

Il 2014 e la stagione delle grandi riforme nel regime di Internet

Il passo indietro rispetto al primo disegno di legge del 5 febbraio 2014 che avrebbe causato violazioni dei diritti alla libertà d’espressione e alla riservatezza, emendando la legge n. 5651, sembravano aver inaugurato una fase di miglioramento della libertà di Internet nel paese. Anche le organizzazioni non governative, tra cui Amnesty International, avevano accolto favorevolmente gli emendamenti, approvati il 26 febbraio che, pur estendendo i poteri del TIB, reintroducevano la fase giurisdizionale nel procedimento amministrativo di blocco dei contenuti online per ragioni di riservatezza che, dunque, attualmente devono essere sottoposti alla successiva approvazione di un tribunale, obbligato a prendere una decisione entro 48 ore. Un altro emendamento aveva, poi, proceduto a vincolare le richieste di fornire informazioni sul traffico online degli utenti ai provider e agli host all’approvazione da parte di un tribunale e solo nell’ambito di un’indagine penale. Le aspettative, tuttavia, sono state deluse già a partire dal mese successivo quando nel periodo pre-elettorale Twitter e YouTube sono stati oscurati, per poi essere ripristinati per intervento della Corte Costituzionale.

Nella strategia di controllo di Internet da parte dell’AKP, peraltro, va inserita anche la riforma del 18 aprile che ha attribuito nuovi poteri all’Agenzia d’Intelligence Nazionale (MIT – Milli İstihbarat Teşkilatı) consentendole l’accesso indiscriminato alle informazioni sensibili raccolte da enti pubblici e privati, tra cui anche i provider con evidenti ripercussioni sulla privacy. Tale riforma, inoltre, potrebbe esser vista come il primo passo verso il progressivo trasferimento della competenza su Internet dal TIB al MIT, intenzione manifestata da Erdoğan e ipotesi non così astratta se si considera che a capo della TIB vi è proprio un ex funzionario del MIT (da cui la vignetta di Reporter Senza Frontiere diffusa in occasione dell’IGF 2014).

Alle origine dell’attuale strategia di controllo di Internet, una questione di immagine?

Appena conclusosi l’IGF a Istanbul, il neo-eletto Presidente è tornato a legiferare su Internet attraverso un’altrettanta discussa riforma approvata il 10 settembre scorso e tuttavia annullata in ottobre per intervento della Corte Costituzionale turca. Secondo Human Rights Watch gli emendamenti adottati avrebbero esteso  il potere di bloccare l’accesso ai siti da parte del TIB anche per motivi legati alla sicurezza nazionale, all’ordine pubblico o alla prevenzione dei crimini, reintroducendo l’ambiguità propria della legge n. 5651 del 2007. Elemento ancor più critico della riforma, tuttavia, sarebbe stata l’attribuzione al TIB del potere di entrare in possesso e archiviare i dati sull’attività svolta online dai cittadini turchi senza l’intervento della magistratura, in violazione della privacy e di altri diritti fondamentali, tra cui la libertà d’espressione.

La vittoria dell’AKP alle amministrative di marzo e l’elezione di Erdoğan a Presidente della Repubblica hanno conferito nuova legittimità al loro operato, ponendo importanti interrogativi sulla chiave del successo di questa forza politica e del suo leader carismatico. In questo contesto, le riforme in senso restrittivo alla libertà d’espressione sembrerebbero aver giocato un ruolo fondamentale nel preservare l’immagine, accuratamente costruita da Erdoğan, di un paese che ha conosciuto uno straordinario sviluppo economico grazie all’AKP e che è in grado di resistere ai tentativi di destabilizzazione provenienti da una confusa opposizione. In occasione delle proteste di Gezi Park, infatti, il paese aveva mostrato una forte vulnerabilità esterna, concretizzatasi nella fuga di capitali durante le proteste del giugno 2013 (in parte ritornati già in agosto). Alla luce di quell’esperienza, una tra le principali priorità per l’AKP è stata il mantenimento di uno stabile clima di fiducia per gli investimenti esteri, da cui le teorie che vedono la Turchia ostaggio della propria immagine.

Luci e ombre dell’attuale sistema di tutela della libertà d’espressione online in Turchia

Lo scenario attuale presenta notevoli profili di criticità, non solo per le recenti riforme in senso restrittivo della libertà d’informazione online, di cui si auspica al più presto una revisione, bensì soprattutto a causa di un quadro regolamentare frammentato e volutamente ambiguo. In questo senso, sembrerebbe opportuno procedere all’emanazione di una disciplina coerente della materia che ne assicuri la competenza ad un organo di controllo indipendente e in grado di garantire un’effettiva tutela dei cittadini-utenti, attraverso un indispensabile collegamento con la magistratura.

A differenza di altri paesi, tuttavia, non sembra possibile immaginare uno scenario di ulteriore peggioramento della libertà d’espressione in Internet. Da un punto di vista istituzionale, ad esempio, la Corte Costituzionale turca è intervenuta più volte tra aprile e maggio del 2014 per valutare i ricorsi contro l’oscuramento di Twitter e YouTube nel periodo pre-elettorale di marzo, giudicando tale tipo di oscuramenti illegali, arbitrari e lesivi della libertà di ricercare e ricevere informazioni. Inoltre, la Turchia possiede una società civile informata e organizzata in grado di attirare l’attenzione dei media nazionali e internazionali nei confronti delle misure restrittive della libertà d’espressione, come è avvenuto durante le proteste di Gezi Park nel 2013, e che potrebbe danneggiare l’immagine del paese di cui l’AKP risulta “in ostaggio”. Infine, nel processo di integrazione europea della Turchia, attualmente in fase di stallo, la libertà d’espressione è spesso al centro dei negoziati con il paese.

Nell’ultimo rapporto sui progressi dei negoziati dell’ottobre del 2014, ad esempio, l’UE, pur apprezzando il lavoro di garante svolto dalla Corte Costituzionale turca, ha condannato l’oscuramento dei siti e le recenti riforme del regime di Internet, giudicate peggiorative sia per gli eccessivi poteri attribuiti al TIB che per la vaghezza del regime giuridico, in contrasto con il principio di legalità. In questo contesto, se da un lato nel paese è possibile fare affidamento su diversi strumenti di garanzia come dimostrato dalle molteplici reazioni di protesta all’ondata di arresti che ha colpito il mondo del giornalismo turco tra cui la stessa Unione Europea, che non ha tardato a condannare l’accaduto, dichiarandolo incompatibile con la libertà dei media, principio fondamentale della democrazia, dall’altro lato la strategia di controllo messa in atto da Erdoğan potrebbe riuscire nel tentativo di diffondere la pratica dell’auto-censura, a danno dell’opinione pubblica turca e della sua complessa democrazia.